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Le Microespressioni facciali

SVILUPPO PERSONALE > Microespressioni Facciali

Quando si tratta di emozioni, tra le varie modalità di comunicazione non verbale dello stato emotivo, quali il sistema vocale, i gesti, la postura la prossemica e l’aptica, non si può non tenere in considerazione quello che fin dalle origini dello studio dell’uomo è stato considerato lo specchio dell’anima, ovvero lo sguardo ed il volto.

Il volto è la regione principale per attirare l’attenzione e l’interesse degli interlocutori ed è il sistema privilegiato di comunicazione e di trasmissione dei significati.

Microespressioni Facciali

Le emozioni e le microespressioni facciali: breve storia dei principali orientamenti

Osservazioni sull’apparire di emozioni sul volto si possono trovare già in vari scrittori antichi e medievali, sia d’Oriente sia d’Occidente, ma lo studioso al cui lavoro fanno ancora riferimento gli studi moderni è Charles Darwin, il quale dedicò un trattato alle espressioni facciali.

La vaghezza della sua teoria fa si che quest’opera sia soggetta a due tipi di lettura.
L’obiettivo di Darwin era quello di mettere in evidenza il termine “espressione” che indicava un’azione di qualsiasi genere che accompagnava uno stato mentale, che non comprendeva però soltanto le emozioni, ma anche sensazioni, comportamenti e tratti della personalità.

La rilevanza maggiore del suo lavoro, in questo ambito, è stata quella di considerare le espressioni facciali entro “gruppi” tra i quali c’è diversità e non come categorie fisse, immutabili.

Certo il suo lavoro ha messo in evidenza criticità, soprattutto dal punto di vista metodologico.

L’influenza di Darwin ha dato vita a due corsi distinti, uno etologico ed uno psicologico.
Gli studi prodotti dagli etologi si sono concentrati prevalentemente sulle esibizioni facciali sul piano dell’interazione, mentre gli psicologi si sono avvicinati alle teorie darwiniane, in epoca moderna sotto la guida di Ekman negli anni ’70.

Precedentemente negli anni ’30, essi affermarono, indipendentemente dalle concezioni di Darwin, che i volti esprimono emozioni e
tentarono di dare forma al loro pensiero attraverso esperimenti di laboratorio. Nonostante questi studi non fossero metodologicamente corretti, permisero ugualmente di raccogliere numerose prove in materia di espressioni facciali.

Attorno agli anni ’70 si distinsero tre scuole di pensiero. La prima è quella di Woodworth e dei suoi allievi i quali ipotizzarono che le
espressioni facciali comunichino famiglie di emozioni, accomunate secondo basi quali la piacevolezza o spiacevolezza, l’attivazione autonoma o il rilassamento, l’attenzione o il rigetto.

La seconda scuola di pensiero fu creata da Osgood il quale diede rilievo alla esibizione dell’espressione facciale ed alla risposta dell’osservatore ad essa. Fornì anche prove della generalità transculturale del significato del volto.
La terza scuola di pensiero è rappresentata da Fijda ed altri, i quali proposero un modello di percezione dell’emozione del volto basato sull’elaborazione delle informazioni.

Chi valutava le espressioni doveva descrivere non solo la singola emozione che riconosceva nel volto, ma anche immaginare gli stati interni della persona che esibiva l’espressione oltre agli stati interni provocati nell’osservatore stesso.

Un ulteriore aspetto riguardo le espressioni facciali riguarda i meccanismi alla base della loro produzione.

A questo proposito si sono distinte due opposte teorie, l’ipotesi globale e l’ipotesi dinamica. Secondo l’ipotesi globale, sottolineata da Ekman ed altri ricercatori quali Izard, le configurazioni espressive del volto sono unitarie, chiuse, universalmente condivise, sostanzialmente fisse e specifiche per ogni emozione. Inoltre, secondo questo orientamento “neoculturale” le espressioni del volto vanno analizzate sia a livello “molecolare”, come i movimenti minimi e distinti dei muscoli facciali, sia a livello “molare”, ossia come configurazione finale risultante dai primi, in grado di trasmettere emozioni.

In alternativa, la teoria dinamica che prevede un processo sequenziale e cumulativo in ogni espressione facciale sarebbe, quindi, il risultato della progressiva accumulazione e dell’integrazione dinamica delle singole fasi.
Secondo questo approccio, le espressioni facciali sono configurazioni motorie momentanee, flessibili e variabili ed in grado di adattarsi
alle varie situazioni.

Un’ulteriore focus riguarda la trasmissione di significato delle espressioni facciali distinta tra prospettiva emotiva e prospettiva comunicativa. Per Ekman ed Izard, sostenitori dell’approccio emotivo, le microespressioni facciali hanno prevalentemente un valore emotivo in quanto risposta immediata, spontanea ed involontaria delle emozioni.

Guardando le microespressioni facciali di un soggetto si possono “leggere” le emozioni che egli sta provando, intese come categorie discrete. Da questa concezione deriva l’invariabilità culturale che Ekman e Friesen hanno verificato con soggetti appartenenti a diverse culture rispetto ad espressioni corrispondenti a sette emozioni di base.

Tali studi non sono stati però privi di critiche, che facevano riferimento soprattutto ai metodi utilizzati e quindi ai dati ricavati.

Togliendo dai risultati i valori attribuiti al caso, restano comunque delle corrispondenze che hanno dato vita alla teoria dell’universalità minima, secondo la quale esiste un certo grado di somiglianza fra le culture nell’interpretazione delle microespressioni facciali.

Atri studiosi, come Fridlund, hanno sostenuto la prospettiva comunicativa. Secondo tale approccio, le espressioni facciali hanno un valore prevalentemente comunicativo poiché manifestano agli altri le intenzioni del parlante. Le microespressioni, perciò, variano in funzione del contesto ed hanno un valore sociale: trasmettono agli altri obiettivi comunicativi.

Il concetto di semplicità implicita spiegherebbe la produzione di microespressioni facciali anche in assenza di interlocutori: si è in presenza di un uditorio implicito anche quando si è soli.

La prospettiva comunicativa opera una distinzione anche tra microespressioni facciali e stati interni e questa dissociazione consente ampi gradi di libertà nella comunicazione, spiegando la produzione e quindi la distinzione di espressioni autentiche e false. Nella prospettiva di tale teoria, assume un ruolo fondamentale anche il contesto in quanto, le espressioni facciali fuori contesto, così come gli enunciati stessi, risultano difficili da interpretare e si prestano quindi ad essere equivocati.

Aldilà degli studi effettuati e delle teorie che si sono sviluppate attorno alle espressioni facciali, tutti sono concordi nel sostenere l’universalità della comunicazione espressiva delle emozioni: molte microespressioni facciali sono presenti in tutto il mondo, in ogni razza e cultura umana (Frijda, 1990), sono queste conclusioni alle quali era giunto lo stesso Darwin e, in tempi molto più recenti Ekman e Oster, secondo i quali le espressioni di rabbia, disgusto, felicità, tristezza, sorpresa, dispiacere e paura sono universali.

Un’ulteriore prova del carattere innato delle microespressioni è dato dalla “presenza di queste ultime in soggetti che non hanno avuto la possibilità di apprenderle: i bambini molto piccoli e ciechi o sordomuti dalla nascita”. Certamente esistono differenze individuali costanti nella predisposizione a particolari emozioni, oltre che a differenze socioculturali, le quali possono spiegare le differenze nella frequenza delle manifestazioni di emozioni come rabbia o aggressività: il controllo emotivo tende ad indebolirsi in presenza di uno stato di eccitazione molto intensa.

Fattori regolatori possono derivare da esperienze pregresse, dall’interiorizzazione o meno, delle regole sociali o dalla situazione affettiva. Esistono però processi regolatori che rafforzano le emozioni, “per esempio in certi gruppi la vendetta e l’odio ad esse sottostanti sono obblighi sociali”.


Donadelli Fausto|Mental Coach|Certified NLP Trainer|Life and Executive Coach|Professional counselor|Mental Trainer|Performance Brain

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